I cavalli hanno espressioni facciali come gli esseri umani

Ci sono delle notizie che sono quasi ovvie, come questa, in cui si dice che il cavallo è capace di avere espressioni facciali diverse, come l’uomo.
però ritengo che sia importante quando un gruppo di ricercatori se ne esce con uno studio approfondito in cui si prova scientificamente che ciò che tutti coloro che hanno un cavallo già conoscono (sopratutto coloro che hanno un Rapporto con il proprio cavallo) ; è come se ricevessimo una sorta di certificazione su quello che avevamo sempre detto.

Sappiamo tutti che il linguaggio del cavallo è un linguaggio basato sul linguaggio del corpo, perciò era assolutamente scontato, almeno per me, che il cavallo usasse anche le sue espressioni facciali come qualsiasi essere umano.

La curiosità è che i ricercatori hanno trovato che il cavallo ha la possibilità di fare 17 espressioni facciali diverse, 10 meno degli umani ma 1 più dei cani e ben 4 più degli scimpanzé.

Per entrare nel dettaglio dell’esperimento i ricercatori hanno diviso il lavoro in tre passi. Nel primo hanno sezionato la testa del cavallo identificando i muscoli che ne potevano cambiare l’espressione. Nel secondo step hanno visionato 15 ore di materiale video che mostrava 86 cavalli di varie razze e sesso con una età che andava dalle 4 settimane a 27 anni. Infine nel terzo hanno usato uno strumento chiamato EquiFACS (Equine Facial Action Coding System) per catalogare i movimenti di occhi, labbra, narici e mento che loro osservavano.

Jennifer Wathan, la direttrice dello studio, ha dichiarato che “molte espressioni sono simili a quelle umane e vanno da espressioni che mostrano paura, sorpresa o tristezza, mandare indietro gli angoli delle labbra, come un sorriso in caso di saluto o sottomissione e occhi sgranati in caso di allarme.”

Wathan aggiunge anche che sistemi come EquiFACS danno modo di studiare ed interpretare  il linguaggio del corpo in soggetti di diversa specie, compreso quelli con una totale diversità di conformazione facciale.

Se volete potete seguire questo link e leggere l’intero articolo pubblicato in Ottobre 2017 su National Geographic (in lingua inglese)

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